Programma della visita
- 8:30 · ritrovo all’uscita della superstrada di Pieve Vergonte: si va verso nord per 200 m fino al parcheggio della pizzeria Gianni e Pinotto, poi trasferimento a Fomarco.
- La salita · circa 3 km sul sentiero comodo e ben tracciato nel bosco di castagni e faggi, 80 m di dislivello, un’ora e mezza con le soste.
- Alpe Fontano, 798 m · nel grande prato con vista sulla piana del Toce c’è la Cà Bianca, sede dei volontari della miniera. Casco e mantellina per tutti e visita della miniera d’oro.
- Pranzo
- La ricerca dell’oro · i ragazzi setacciano il materiale raccolto in miniera, aiutati dagli esperti.
- La latteria turnaria di Fomarco · una delle poche rimaste in Val d’Ossola: un passo indietro nel tempo, alla lavorazione del latte com’era fino a una trentina di anni fa.
- L’Ecomuseo delle miniere d’oro · cartine, mappe, attrezzi, casse dell’esplosivo, lampade a carburo, la riproduzione di un mulinetto “arastras”, campioni di minerali e l’oro nativo visto da vicino.
- 16:30 circa · rientro a Pieve Vergonte.
In alternativa si può salire a piedi da Pieve Vergonte (550 m di dislivello in tutto), passando dalla polveriera, dalla casa del guardiano, dal pozzo costruito dagli inglesi per scaricare il minerale e dalla “strusa”, la strada della slitta.
Cosa portare
Zaino, scarpe robuste da trekking e un maglioncino o una felpa: dentro la miniera ci sono 11 gradi tutto l’anno. Può esserci acqua, quindi meglio scarpe adatte o, per i bambini, stivaletti di gomma nello zaino.
Il sentiero per la Cà Bianca e l’interno della miniera purtroppo non sono accessibili alle carrozzine.
Cosa vedremo
Si sale lungo l’antico sentiero dei minatori, la “strada degli inglesi”, fino all’Ecomuseo delle miniere della Val Toppa all’Alpe Fontano. Con casco e mantella, accompagnati dalla guida della miniera, si visitano circa 400 metri illuminati della galleria Livello II: già all’ingresso si vede un filone di quarzo mineralizzato, la traccia che i minatori seguivano per centinaia di metri.
Lungo il percorso ci sono ampie camere di coltivazione, traverse, camini e pozzi che collegavano gli altri livelli. Dove la roccia era meno stabile restano muri a secco e pilastri naturali lasciati ad arte per sostenere la volta, oggi in alcuni punti costellata di stalattiti. Sul pavimento, in leggera pendenza per far defluire l’acqua, si vedono ancora le tracce delle traversine dei binari su cui si spingevano a mano i carrelli.
Dove sono e cosa contengono
I giacimenti auriferi della Val Toppa, di origine idrotermale, sono filoni di quarzo mineralizzato a solfuri (pirite, arsenopirite, calcopirite, blenda, pirrotina e galena, che a volte contiene argento), inseriti nelle rocce scistose chiamate “Scisti di Fobello e Rimella”. L’oro è di solito in particelle microscopiche; solo eccezionalmente qui è stato trovato oro nativo.
Le miniere di Pieve Vergonte comprendono tre giacimenti: Val Toppa, sulla destra del torrente Marmazza; Cropino, sulla sinistra; Beolini, circa 2 km a est, nella frazione Loro.
Chi ci ha lavorato e come
Notizie certe sullo sfruttamento si hanno dall’inizio dell’Ottocento, quando minatori locali scavarono gallerie in più punti della valle: le famiglie Cicoletti, Pirazzi, Maffiola, Croppi, Protasi, Betteo, Bassi, Corderio. Industrialmente il giacimento fu sfruttato dalla compagnia inglese Pestarena Gold Mining (1860–1894) e dalla società francese Miniere di Cropino (1895–1901), poi fino all’ultima guerra, a fasi alterne, da privati e dalla società Rumianca.
Il minerale, dopo la cernita, veniva macinato nei mulinetti piemontesi detti “arastras” lungo il torrente Marmazza: i ruderi sono ancora visibili in località Calagn. L’oro e l’argento si estraevano per amalgamazione: il minerale veniva macinato con acqua e mercurio, che si lega all’oro formando l’“amalgama”; il composto si strizzava in pelli di animale e poi si scaldava per far evaporare il mercurio. Nelle sabbie del Marmazza si trovano ancora pagliuzze d’oro liberate in millenni di erosione.




